Il giocatore di Fedor Dostoevskij: capitolo primo

Pubblicato nel 1866, scritto per un contratto- capestro in ventisei giorni, “Il giocatore” è un romanzo che parte da un’esperienza vissuta dall’autore, durante un suo soggiorno all’estero, quando la sua passione per il gioco lo portò ad indebitarsi da costringerlo a tornare in Russia in miseria: testimonianza del suo vizio è la rappresentazione realistica e precisa delle sale da gioco e dell’anima dei giocatori, e la scrittura si differenzia dal tono dei grandi romanzi poichè si colora di briosità che si traduce, talvolta, in autoironia. La sua seconda moglie, Anna Grigorievna, scriveva nei suoi diari che il marito aveva il demone del gioco e, quando giocava, lo faceva fino all’ultimo tallero, incapace di frenarsi. Fu a lei che Dostoevskij dettò il testo del romanzo e fu lei a sostenere che si trattasse di una malattia che Freud studiò e che chiamò ” coazione onanistica, “( da Onan, personaggio biblico, punito da Dio per aver sparso a terra il suo seme) sottostante al vizio del gioco, una vera e propria ossessione che dominava l’autore. L’azione si svolge a Roulettenburg ( nome immaginario che è già un programma ) ed è il protagonista, Aleksej Ivanovič, che racconta in prima persona la storia. Aleksej fa il precettore in casa di un generale che vive una vita al di sopra della sue possibilità tra alberghi, invitati, cavalcate e carrozze tanto da essere considerato un magnate. Nello stesso albergo vive madame Blanche con la madre ed anche un francesino, un marchese , parente di Blanche; con il generale vive la figliastra, Polina Aleksandrovna e due figlioletti, Nadinka e Miša. Agli ospiti fissi, si è aggiunto anche un ospite inglese durante l’assenza di due settimane del precettore, di cui il generale si serve per vari altri incarichi, di solito, incarichi di natura finanziaria, di ricerca di danaro che al generale non basta mai. La sera in cui Aleksej ritorna con qualche soldo ricavato dall’aver impegnato oggetti di casa a Parigi, il nostro compare a cena senza essere stato invitato, ma il fatto che fosse presente l’inglese , conosciuto in altre circostanze, fa superare l’inconveniente e sembrare che l’uomo appartenga a quella società; tuttavia, Aleksej non finiva di chiedersi come avesse fatto il generale a conoscere l’inglese che si vedeva lontano un miglio che era innamorato cotto di Polina. Timido com’era, quando la donna giunse a tavola, arrossì , mentre si mostrava baldanzoso il francese, che continuava a parlare di finanza e di politica benchè si ” facesse gli occhi” guardando Polina. A quanto si legge, tutti gli uomini seduti in quella tavola non avevano occhi che per quella donna, anche il protagonista, che , però, non aveva nessuna speranza di piacerle. Rivolse, invece, i suoi dardi contro il francesino che attaccò sostenendo che i francesi trattavano male i russi, facendone degli esempi, provocando un battibecco durante il quale, per scandalizzare, confessò, vantandosene, di aver sputato nel caffè di un monsignore, all’ambasciata del Santo Padre a Parigi, dove si era recato per vistare il passaporto e dove non era stato trattato come si deve. Disse che l’abatino cui si era rivolto, si scostò da lui con orrore e che quando lui gli disse di essere eretico e barbaro e che si infischiava di tutti i monsignori, ottenne il suo scopo, mostrando alla compagnia dei convitati il passaporto con il visto romano, come un trofeo. La querelle tra il precettore ed il francese continuò, con grande soddisfazione dell’inglese, finché non intervenne un commensale a cambiare discorso. Dopo cena, Aleksej riuscì a parlare con Polina cui consegnò 700 gulden in cambio dei brillanti che le aveva impegnato a Parigi, e che fecero infuriare la donna che ne attendeva almeno duemila; da lei seppe che da Pietroburgo erano giunte notizie che la zia era moribonda, osservando che in casa da sei mesi speravano solo nella sua morte, consideratane la ricchezza e che anche lei sperava di essere ricordata nel testamento benchè fosse solo la figliastra del generale. Il nostro comprese, allora, la ragione per cui il marchese avesse prestato danaro al generale che nei suoi discorsi chiamava la malata nonnina ed era convinto che, se avesse saputo che la figliastra fosse stata inserita nel testamento, l’avrebbe chiesta in isposa. Volle sapere dove il generale avesse conosciuto l’inglese che era innamorato di lei ed era certo che fosse più ricco del francese, consigliandola di sposare l’inglese anche se l’altro era titolato e più intelligente. Polina si era sempre adirata con il precettore perché osava rivolgerle domande indiscrete che lui si riteneva in diritto di fare, essendo disposto a pagarne le conseguenze. Lei gli confermò che gli fosse odioso perché era riuscito a spingerla a concedergli tante libertà e perché le era necessario, sostenendo di tenerlo da conto per questo e lui si accorgeva che la donna concludeva ogni loro conversazione con astio, ma prima di congedarsi continuò a fargli confidenze; gli disse che madame Blanche sarebbe diventata generalessa, se si fossero confermate le voci che correvano sull’imminente morte della nonnina, in quanto Madame ed il suo entourage conoscevano la situazione finanziaria dell’uomo. Fattagli la grazia della notizia compromettente, gli riconsegnò il danaro ricevuto con l’ordine di andarglielo a giocare, avendo tanto bisogno di soldi. Richiamò la piccola Nadinka che aveva in custodia, avviandosi verso il casinò dove si era riunita tutta la compagnia, lasciandolo in asso. Aleksej cominciò a pensare ai suoi sentimenti per Polina: lontano da Roulettenburg due settimane, non aveva avuto per lei il benchè minimo pensiero ma era stato durante il viaggio che soffrì di una tremenda nostalgia nei suoi riguardi; ricordava tutti i momenti in cui l’aveva pensata domandandosi se l’amasse, ricordando che il più delle volte si era risposto che l’odiava. C’era qualche volta in cui l’avrebbe strozzata, che le avrebbe affondato in seno il più acuminato coltello ma, nello stesso tempo, se Lei gli avesse chiesto di buttarsi giù da un’alta vetta, lui l’avrebbe fatto mentre lei gioiva perché era convinta che lui sapeva di non poter aspirare alla sua mano; in caso contrario, non gli avrebbe concesso tante confidenze: tra loro si ripeteva la stessa situazione di quell’imperatrice che si spogliava davanti al suo servo, perché non lo riteneva un uomo. Tornando al nostro tutto- fare, pensava di dover vincere chissà per quali calcoli, nati in quel cervello, continuamente in azione che gli sfuggivano in quanto nelle due settimane della sua assenza erano avvenuti fatti che non gli erano noti, ma doveva vincere. Fin dal primo capitolo, pur essendo viva l’indagine sui meccanismi psicologici dei personaggi, ci si trova davanti ad uno scrittore che tratta temi piuttosto lontani da quelli austeri e tragici che è solito trattare e le sottigliezze, lo spirito sono filo d’oro che percorre l’intero romanzo.

Il giocatore di Fedor Dostoevskij: capitolo primo

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